24/12/2019 | Maria Adelaide Marchesoni

2020: un anno di arte in Italia

Quale sarà la proposta artistico-culturale in Italia nel 2020? Una mini guida di Collective con le ultime inaugurazioni e alcune anticipazioni delle mostre negli spazi pubblici, privati, no profit.

MILANO                 

PAC Padiglione di Arte Contemporanea  prosegue nell’esplorazione dei continenti per raccontare l’arte contemporanea.  Con AUSTRALIA. Storie dagli Antipodi (17 dicembre 2019 - 9 febbraio 2020) il curatore Eugenio Viola ha selezionato 32 artisti australiani, sia emergenti che affermati, appartenenti a diverse generazioni e background culturali. Attraverso i diversi linguaggi, dipinti, performance, sculture, video, disegni, fotografie e installazioni - alcune site specific – la mostra traccia un viaggio metaforico all'interno del panorama multiculturale dell'arte contemporanea australiana. Tra gli artisti Angelica Mesiti che alla Biennale di Venezia 2019 era al Padiglione Australia con una monumentale videoinstallazione Assembly.

Angelica Mesiti, Mother Tongue, 2017 . Courtesy l'artista e Anna Schwartz Gallery, Melbourne

Con la curatela di Diego Sileo durante l’Art Week milanese il PAC presenterà la prima mostra personale in Italia di Tania Bruguera (1968 La Havana, Cuba). Tra le artiste più influenti della scena artistica globale in mostra saranno esposte una selezione delle sue azioni più significative, un nuovo lavoro pensato per lo spazio milanese, e una nuova performance che la vedrà protagonista in occasione di miart (dal 1 aprile al 7 giugno).

Tania Bruguera, Untitled (Havana, 2000), 2000, Sugar cane bagasse, video (black and white, silent; 4:37 min.), and live performance, Dimensions variable, The Museum of Modern Art-New York, The Modern Women’s Fund and Committee on Media and Performance Art

Fondazione Furla per Furla Series, il programma che a partire dal 2017 è attivo nella produzione di mostre ed eventi dedicati ad alcuni tra i più importanti artisti nazionali e internazionali, realizzati in collaborazione con istituzioni d’arte italiane, presenta  Furla Series #03. Nairy Baghramian, a cura di Bruna Roccasalva (16 aprile – 19 luglio) in collaborazione con la GAM - Galleria d’Arte Moderna di Milano. Impegnata a indagare i confini del linguaggio scultoreo, Nairy Baghramian (Isfahan, Iran, 1971 vive e lavora a Berlino) porta avanti una rigorosa ricerca che esplora la relazione tra architettura, oggetti e corpo umano, sottolineando il potenziale politico della forma scultorea e l’importanza della fisicità dell’opera. Per questo progetto Baghramian ha ideato una nuova serie di sculture di grandi dimensioni, ognuna delle quali concepita per abitare sia lo spazio interno sia quello esterno del museo, combinando una riflessione sul gioco come dispositivo educativo, con un’indagine sugli spazi interstiziali che segnano un confine. 

01_Privileged Points by Nairy Baghramian, Minneapolis Sculpture Garden, 2018  Photo by Paul Schmelzer for Walker Art Center, Minneapolis

FuturDome dal 22 gennaio al 22 febbraio 2020, presenta un progetto dedicato ai prossimi artisti selezionati per A-I-R. (Artists In Residence) il programma di artisti in residenza che realizzeranno un intervento espositivo inedito nella project room degli spazi di via Giovanni Paisiello. Primo appuntamento con F/Q duo artistico le cui installazioni, evocative e provocatorie, fondono letteratura, scultura, performance, fotografia, video e suono. L’installazione Ho steso un lenzuolo per terra si basa sul romanzo breve di Hervé Guibert, Les Chiens. Scritto nell’estate del 1981 all’Isola d’Elba e pubblicato da Les Éditions de Minuit a Parigi l’anno seguen te, è un testo che ha suscitato reazioni critiche e personali controverse. Le lunghe sequenze pornografiche hanno contribuito a definire la natura esplicita e scandalosa del testo, pubblicato finora soltanto in francese, tedesco e catalano. Una traduzione italiana del racconto,  realizzata per questa installazione, è stampata su un lenzuolo bianco in maniera non sequenziale, ma analogica rispetto ai diversi piani narrativi.

Hervé Guibert (1955 –1991) scrittore, giornalista e fotografo francese, uno degli amici più stretti di Michel Foucault, Isabelle Adjani e Sophie Calle. Appassionato di fotografia diventa critico per Le Monde, per otto anni (1977-85). Il suo rapporto con la scrittura si è nutrito di spunti autobiografici e di tensioni verso l’autofiction. Nel 1990 Guibert rivela la propria sieropositività nel romanzo À l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie (All’amico che non mi ha salvato la vita) che lo consacra al grande pubblico. Muore di AIDS nel 1991 dopo un accanito lavoro artistico sulla malattia che lo lascia senza forze, come testimoniano le fotografie del suo corpo ed il film realizzato con la produttrice Pascale Breugnot, La pudeur ou l’impudeur (Il pudore o l’impudore), girato a qualche settimana dalla sua fine. È sepolto a Rio nell’Elba, un paesino dell’Isola d’Elba.

Ho steso un lenzuolo per terra, gennaio 2020, A-I-R FuturDome, courtesy F/Q

Fondazione ICA Milano dal 29 febbraio al 19 aprile presenta la prima mostra personale in Italia di Charles Atlas (Missouri, 1949), regista e video-artista americano considerato uno dei principali protagonisti della scena artistica internazionale tra gli anni Settanta e i Duemila. Il progetto espositivo, curato da Alberto Salvadori e sviluppato in stretta collaborazione con l’artista, contestualizza le fasi più significative della sua ricerca  raccogliendo opere storiche accanto a lavori più recenti. Noto per la sua pratica filmica radicale e sperimentale, da più di quarant’anni Charles Atlas fonda la sua ricerca sul dialogo tra discipline differenti quali video, danza e performance, realizzando installazioni, documentari, lavori per la tv, progetti multimediali e recentemente anche live electronic.

BOLZANO

Alla Fondazione Antonio Dalle Nogare fino al 9 maggio  è di scena Up The Heavies personale dell’artista Peter Wächtler (Hannover, 1979) di base a Berlino, a cura di Vincenzo De Bellis. Letteralmente Up the Heavies si traduce con “Sollevare i pesanti”, quasi un ossimoro, qualcosa che gioca con l’idea degli opposti. Ed è questo un po’ il tema di una mostra che apparentemente non ha collegamenti lineari tra le varie opere, ma gioca con ognuna di esse su relazioni opposte di velocità e lentezza, pesantezza e leggerezza, astrazione e figurazione, grandezza e piccolezza, narrazione e rappresentazione, specificità e generalismo.

Peter Wächtler, Up the Heavies, 2019 Installation View at Fondazione Antonio dalle Nogare Photo Credit Fotostudio Jürgen Eheim, Courtesy Fondazione Antonio Dalle Nogare

Il Museion con le personali di Mercedes Azpilicueta, Karin Sander e Sonia Leimer mette in luce tre posizioni femminili in linea con le ricerche che il museo ha affrontato negli ultimi anni: l’attenzione a tematiche del gender e del linguaggio, la messa in discussione di aspettative e convenzioni del mondo dell’arte e un’attenzione per l’aspetto scultoreo. Inizia Mercedes Azpilicueta (La Plata, Argentina, 1981) con Bestiario de Lengüitas (14 febbraio - 17 maggio) prima personale in Italia, a cura di Virginie Bobin. In un mondo che richiede ordine, efficienza e trasparenza il progetto di Azpilicueta si muove sul filo del caos e dell’eccesso. Bestiario de Lengüitas prende infatti le mosse da una sceneggiatura scritta dall’artista per una performance futura che potrebbe o meno accadere. Disegni, costumi, sculture, installazioni audio e video, wallpaper e un coro di personaggi grotteschi abitano lo spazio espositivo, che si presenta come un palcoscenico – anche il pubblico è coinvolto con tutti i sensi in questa esperienza. Attraverso la combinazione di strategie visive e teatrali e una forte componente umoristica, l’artista ci invita così a mettere in discussione i modi in cui abitiamo questo mondo.

Mercedes Azpilicueta, Mama’s Casting a Spell, 2019, video-still. Courtesy l'artista.

BOLOGNA

Dal 23 al 27 gennaio, in occasione di Arte Fiera, il primo appuntamento nazionale con le fiere d’arte,  la tecno-tenda di Morestalgia di Riccardo Benassi progetto realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (5. Edizione, 2019) entrerà nella stazione ferroviaria, occupando lo spazio sotterraneo della Hall Alta Velocità e sarà aperta a passeggeri e visitatori in tutto l’arco della giornata (dalle ore 6 alle 23.30). Morestalgia, neologismo creato dall’artista per ampliare il significato del sentimento della nostalgia, è un ambiente composto da testo, suono e oggetti e da uno schermo led penetrabile dal corpo umano. Il progetto nasce da un lavoro di ricerca teorica sul sentimento della nostalgia e sulle sue implicazioni sociali alla luce dell’ingresso di internet nelle nostre vite. Prende la forma di un'opera multimediale e polisensoriale, un oggetto di iper-design che, coerentemente con il percorso di ricerca di Riccardo Benassi, affronta il tema del display nel contesto abitativo, urbanistico, infrastrutturale e comportamentale, partendo da un’analisi che pone al centro il soggetto e le sue interrelazioni.

Riccardo Benassi, Morestalgia, 2019. Exhibition view at Centre d’Art Contemporain Genève. Photo © Andrea Rossetti

Inserita nel programma di Art City 2020 la seconda mostra curata dal collezionista Marco Ghigi nel suo spazio KAPPA-NöUN a San Lazzaro di Savena, vede protagonista Jimmie Durham in Jimmie Durham. Un'altra pietra (19 - 26 gennaio 2020 dalle 10 alle 19, dal 27 gennaio solo su prenotazione). In esposizione una selezione di opere provenienti da collezioni private italiane dell’artista vincitore quest’anno del Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia. La mostra traccia un percorso del sodalizio tra l’artista statunitense e la pietra, iniziato all’epoca della sua reclusione nel carcere di Yokohama in Giappone dove, per scontare la pena, doveva spaccare massi. Nel tentativo di costruire un’altra storia del pensiero, più libera e poetica di quella raccontata dalla storia della civiltà, Durham usa questa materia come atto puro per liberare vitalismo primigenio e suggerire insolite narrazioni.

Jimmie Durham (1940), Red Cloud, 2008, Stone, table, glass, iron structure. Photo Carlo Favero, Courtesy Marco Ghigi.

REGGIO EMILIA

Alla Collezione Maramotti il prossimo 8 marzo inaugura la mostra dell’artista Svenja Deininger, Two Thoughts (8 marzo - 26 luglio 2020 | Visita privata: 7 marzo 2020). Con questa mostra, Collezione Maramotti presenta il nuovo progetto dell'artista viennese in dialogo con alcune opere di Wladyslaw Strzeminski, avanguardista polacco nelle cui Architectural Compositions degli anni '20 rieccheggiano affinità formali con la ricerca di Deininger. L’artista considera il suo lavoro come parte di un sistema, non un’entità a sé stante ma un tassello del suo flusso creativo.

Svenja Deininger Untitled 2019 olio su tela / 50 x 50 cm Courtesy and © Svenja Deininger

PRATO

Al Centro Pecci di Prato tre le mostre visitabili anche nei primi mesi del 2020. Romanistan, personale di Luca Vitone, a cura di Cristiana Perrella e Elena Magini, fino al 15 marzo, progetto vincitore dell’Italian Council (4. Edizione, 2018), è il racconto del viaggio compiuto dall’artista per ripercorrere a ritroso, da Bologna a Chandigarh, il cammino di Rom e Sinti dall'India nord occidentale fino all’Italia.

Luca Vitone, ​Romanistan​, 2019 fotografia digitale / digital photograph Courtesy l'artista / the artist, Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Italian Council 2018

Sempre con la curatela della direttrice Cristiana Perrella, بيت Bayt/Casa è la prima retrospettiva sul lavoro del filmmaker Mario Rizzi in un museo pubblico in Italia (fino al 15 marzo 2020) e l’opera video in esposizione sarà acquisita in modo permanente nella collezione del Centro Pecci. Infine la terza mostra, visitabile fino al 3 maggio 2020, The Missing Planet, ideata dalla direttrice Cristiana Perrella insieme a Marco Scotini. L’esposizione, con un progetto installativo dell’artista Can Altay, ha integrato decine di opere della collezione del Centro Pecci con altre provenienti da collezioni e istituzioni italiane e internazionali, per mostrare le principali ricerche artistiche sviluppate nelle ex repubbliche sovietiche tra gli anni Settanta e oggi.

Vyacheslav Akhunov Red Mantra USSR. We will come to the victory of the Communist labor,​ 1979 Courtesy Laura Bulian Gallery, Milano

The Missig Planet. Visioni e revisioni dei "tempi sovietici" dalle collezioni del Centro Pecci ed altre raccolte The Missing Planet.

ROMA

Alla Nomas Foundation fino al 28 febbraio Julien Bismuth - "Hiaitsiihi" un viaggio a metà tra antropologia e arte contemporanea, in compagnia di una delle tribù che più hanno colpito l’immaginario e gli studiosi occidentali: i Pirahã. I Pirahã sono semi-nomadi, cacciano pesce lungo il fiume muniti di soli arco e frecce, raccolgono e non coltivano. La cosa che di loro più affascina, però, non è tanto lo stile di vita “pluviale”, quanto la loro cultura e, soprattutto, il loro linguaggio, tant’è che spulciando in rete li potete trovare anche descritti come la popolazione più felice sulla terra. L’artista Julien Bismuth ha trascorso assieme all’antropologo Marco Antonio Gonçalves diverso tempo assieme ai Pirahã.  In mostra alla Nomas vi è solo una parte del materiale prodotto: video, immagini, foto, testi, ma soprattutto domande su quello che è diventato il mondo occidentale e su come un rapporto con la terra che normalmente e velocemente viene classificato come primitivo, possa, grazie a una capacità di preservare le risorse piuttosto che sfruttarle fino all’esaurimento, mostrarsi futuribile.

Julien Bismuth, Hiaitsiihi (production still). Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Vienna/Rome

Julien Bismuth, Hiaitsiihi (production still). Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Vienna/Rome

Fondazione smART – polo per l’arte fino al 20 marzo  il progetto espositivo Un giorno tutto questo sarà tuo, la prima personale a Roma dell’artista Mattia Pajè (Melzo, 1991, vive e lavora a Bologna) a cura di Saverio Verini.  La mostra è l’esito di un periodo di residenza negli spazi della Fondazione, svoltosi nell'arco di cinque mesi. Durante questo periodo Mattia Pajè ha avuto modo di entrare in contatto con gli ambienti di smART, abitandoli letteralmente: la sua permanenza continuativa nello spazio espositivo lo ha portato a sviluppare una mostra fatta di opere inedite, a conferma dell’attitudine da parte dell’artista a concepire ogni progetto in stretta relazione ai contesti nei quali si trova ad agire.  Pajè ha realizzato una serie di interventi che riflettono su possibilità non ancora attuate e su una condizione di attesa. In questa condizione sospesa si possono leggere gli stimoli e le inquietudini che accompagnano il percorso di un artista, ma anche della generazione a cui Pajè appartiene, che oggi deve confrontarsi con la costruzione di un percorso lavorativo, con una certa instabilità nei sentimenti e nelle relazioni, coi tentennamenti legati all'affermazione di sé e della propria dimensione creativa.