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Il quadrante sdrucciolevole. 20:00-08:00

Mostra online di Collective - un progetto di Mauro De Iorio a cura di Denis Isaia

Una cosa è certa. L’epidemia di Covid-19 segna un passaggio storico definito dall’accelerazione di dinamiche già in atto e di lungo corso. In altre parole siamo i protagonisti di una sfasatura dell’inerzia storica. È come se uno dei quadranti che ci aiutano a determinare i nostri equilibri (del tempo, dello spazio e della psiche) sia improvvisamente diventato sdrucciolevole, con le inevitabili conseguenze del caso.
La cosa più importante dal mio punto di vista è che tutto ciò accade prima all’interno del soggetto e solo dopo si coagula nella Storia, tanto più nel momento in cui le logiche convenzionali si inceppano e i nodi vengono al pettine.

Invitato da Collective a curare una gallery tematica con le opere dei Soci ho proposto ad ognuno di loro di inviare un limitato numero di opere o riflessioni che potessero raccontare la propria quarantena. Lo spunto che è ho fornito è un neologismo, nattività, una condizione a metà tra lo stato attivo e quello inattivo. La nattività, riflettevo, è una condizione ben nota all’arbitrio liberissimo degli artisti e a cui l’eccezionale riscaldamento psichico imposto dal lockdown ci ha reso più vicini. Teorizzavo in breve (il testo dell’invito è in calce alla gallery) che da sempre gli artisti siano in grado di accendere la luce sui grovigli storici e psichici rispetto i quali la maggioranza della società si sente vaccinata. Ahinoi però, tale immunità - questa sì di gregge – quando le coordinate si fanno sdrucciolevoli si manifesta come un’imperdonabile sordità culturale.

 Il Quadrante Sdrucciolevole è diviso in due stanze, una diurna, dalle 08:00 alle 20:00 ed una notturna, dalle 20:00 alle 08:00. Il susseguirsi del giorno e della notte è un dato di fatto, eppure in epoca di Covid-19 i confini si fanno ancora più sfumati, la notte bussa alle porte del giorno e viceversa. Allora come ha felicemente ricordato uno dei soci di Collective “bisogna ascoltare le voci che sembrano essere inutili...”

di Denis Isaia

Anders Herwald Ruhwald, Object for the mind, 2020, ceramica smaltata, Collezione Laura Borghi

Il caos generato dal buio e la bellezza della luce che lo sconfigge.
(Laura Borghi)

Bunny Rogers, Mandy's Piano solo in Columbine Cafeteria, 2016, immagine da film animato, Courtesy Collezione De Iorio

La cifra emozionale del video di Bunny Rogers è la malinconia suscitata dalla perdita di certezze che non pensavo potessero essere messe in discussione: la fiducia positivista nella nostra società tecnologica, la convinzione narcisistica di poter esercitare il controllo su tutto e di poter fare e progettare ogni cosa nonostante il passare degli anni. Il nostro io è stato scosso. 
(Mauro De Iorio)

Arianna Carossa, Natura morta con sedie, 2014 sedie (17), dipinto a olio, Courtesy Collezione Michele Cristella

Provo una forte carica attrattiva per quest'opera ed ho sempre creduto esprimesse molto bene la sensibilità dell'artista - e anche la mia - di vivere con difficoltà alcune dicotomie della vita nel tentativo di farle incontrare, dare un punto di unione, saldarle, un rapporto tra animato e inanimato. Ho la sensazione che la scultura volesse proteggere ma al tempo stesso ostacolare la pittura.
(Michele Cristella)

Buhlbezwe Siwani, Dideka, 2016, Courtesy Collezione Privata

Il sapone toglie la sporcizia (INTSENSE) l’arte si prende cura dello spirito.
(Il collezionista)

Piotr Łakomy, Untitled, 2017, porta di legno, uova di struzzo, Courtesy Collezione Agovino

Claudia Losi, Slittamenti VI,2003, gomitolo in seta ricamato Courtesy Collezione Emilio Bordoli

Maya Deren, Meshes of the afternoon, 1943, Courtesy Collezione Monica Rabaglia

Ho scelto questo video immaginando che molti di noi, allontanandosi dalla realtà e concretezza della vita quotidiana, abbiano dovuto, forse loro malgrado, entrare in contatto con il loro mondo interiore. È il primo cortometraggio realizzato dalla regista Maya Deren (scopro solo oggi che anche lei è figlia di uno psichiatra) in collaborazione col marito Alexander Hammid nel 1943. Vera pioniera del cinema sperimentale, la regista riteneva che la funzione del cinema e dell’arte in generale dovesse risolversi nella creazione di un’esperienza definibile come la messa in scena di una “realtà psicologica”.

"Meshes of the Afternoon" è considerato uno dei suoi capolavori e una delle pellicole d'avanguardia e surrealiste più influenti della storia del cinema statunitense. Il film fu montato in origine senza sonoro, nel 1959 fu aggiunto un commento musicale composto da Teiji Itō.  Nello specifico, la protagonista di "Meshes of the Afternoon" sogna se stessa mentre interagisce con diversi oggetti; una donna insegue una figura avvolta in un mantello con uno specchio al posto del viso, poi entra in casa e si addormenta. La scena si ripete, più volte. Ogni volta, però, è una nuova donna, eppure è sempre la stessa. 

Nel film l’inconscio si esprime in una commistione tra reale e immaginario che non lascia mai trasparire quando si è nel primo dominio o nel secondo; dove il punto di vista dello spettatore si perde in un continuo ripercorrersi ed inseguirsi, in un movimento circolare che non trova origine e fine.
(Monica Rabaglia)

Pamela Diamante, 5’ per indurre un'assenza, 2015, Video 5:00”, Courtesy Collezione Marco Paletta

"5’ per indurre un assenza" simboleggia il bisogno di frammentazione della realtà. Per realizzarlo l’artista, respirando in iperpnea - tecnica impiegata per verificare se il paziente soffre di assenze epilettiche - prova ad indursi una crisi.  L’azione, tuttavia, si rivelerà un fallimentare intento di varcare nuovi confini emotivo - sensoriali ancora scientificamente inspiegabili, costringendo l’artista a rimanere intrappolata all’interno della propria realtà percettiva.
(Marco Paletta)

Tobias Zielony, The street (C.P.A.), 2014, laser, stampa a pigmenti d'archivio, Courtesy Videoinsight® Collection 

Miriam Cahn, O.T 16.12.2011, Courtesy Collezione Monica Rabaglia

Il virus ha creato un'enorme incertezza su ogni aspetto della vita e, con la metà del mondo in isolamento, sappiamo che molta gente dovrà confrontarsi con il lutto, la solitudine, l’ansia e la depressione. Da un lato c'è la speranza che questo sia un momento di riscoperta di valori primari quali la famiglia, il dialogo e l’unione; dall'altro la famiglia e la casa potrebbero diventare il luogo massimo dell'insofferenza, il posto dove scaricare rabbia e frustrazione. Per molti di noi il mondo esterno era un importante mezzo di bilanciamento, di investimento intellettuale ed emotivo, essenziale per non mettere in prima linea le difficoltà dei rapporti di coppia o le difficoltà tra genitori e figli. Al ritorno nella normalità potrebbe non essere facile ritrovare un equilibrio che consenta di integrare questa esperienza.
(Monica Rabaglia)

Gino De Dominicis, Senza titolo (figura blu), 1986, tecnica mista su tavola, Courtesy Collezione Emilio Bordoli

Francesco Clemente, Senza titolo, 1983-84, pastello su carta, Courtesy Collezione Cucchiarelli Meoli

Enrique Martinez Celaya, The Known, 2015 Olio e cera su tela, Courtesy Collezione Cardillo Piccolino

Questa figura di giovane, che da una terra in preda a fiamme e fumo guarda il cielo stellato, fa pensare al bisogno che scaturisce in questi giorni di guardare al cielo e all’infinito, per trovare un’interpretazione rassicurante del presente.
(Felice Cardillo Piccolino)

Marina Abramovic, Dragon Heads, 1990, stampa su alluminio, Courtesy Videoinsight® Collection 

Sebastiano Sofia, Ciò che è ora non era ancora, ciò che era non torna #2, 2015, Courtesy Collezione AGI Verona

Tang Dixin, Summer, 2017 olio su tela, Courtesy Collezione De Iorio

Esther Klas, Domani, 2015 grafite, matite colorate, gomma su carta, Courtesy Collezione Agovino

Salvo, Alba di Luna, 2004 Olio su tela, Collezione Cardillo Piccolino

Una Superluna (l’abbiamo potuta osservare nei giorni scorsi) illumina nel silenzio tante case in cui la vita appare inscatolata, ma fortemente presente, come testimonia la luce calda che si riversa all’esterno.
(Felice Cardillo Piccolino)

Francesco Gennari, Avendo se stessi come punto di riferimento, 2004, stampa alla gelatina d’argento, Courtesy Collezione privata

Il titolo è "Avendo se stessi come unico punto di riferimento", quindi piuttosto coerente col periodo che viviamo. È un’opera tragica, almeno così la vedo io, perché la lumaca, incastrata nel ciuffo di panna, non può muoversi ed è destinata a morire.
(Il collezionista)

Francesca Woodman, Untitled, Boulder, 1976, gelatin silver print, Courtesy Collezione Privata Lugano

Affidare il proprio corpo alle radici dell’albero permette al corpo stesso di restare inattivo, fintanto che qualcosa cambierà.
(Il collezionista)

Joanna Piotrowska, Untitled, 2017, Stampa a mano in gelatina d'argento, Courtesy Collezione Privata

Siamo rimasti in casa. Le pareti ci hanno protetto, dato sicurezza proprio come quando da bambini ci siamo divertiti per gioco a costruire una tana o un rifugio. Poi ci siamo accorti che questo gioco continuava per troppo tempo e il “ rifugio” è diventato insopportabile e l’ansia e la l'insofferenza hanno spazzato via il senso di comfort e sicurezza che avevamo assaporato da bambini.
(Il collezionista)

George Shaw, Oh What Fun We Had, 2014 Olio su tavola, Courtesy Collezione Cardillo Piccolino

Questi ceppi di tronco un po’ bruciati e disposti in cerchio nel mezzo di un bosco appaiono come tracce di vita e di divertimento condiviso… da osservare con nostalgia in questo particolare momento.
(Felice Cardillo Piccolino)

Alicia Kwade, Reise ohne ankunft (Mercier/Pink Flamingo), 2016, bicicletta piegata , Courtesy Collezione Gaddi

Aldo Mondino, Senza titolo, 1964-1970, Courtesy Collezione Privata

Thomas Ruff, m.n.o.p.05, 2017, stampa cromogenica, Courtesy Collezione Fustinoni - D'Amato

Questa foto, acquistata a Londra dopo la visita alla mostra di Thomas Ruff presso la Whitechapel Gallery, somma tre momenti per me importanti: 1)  Londra è un luogo che mi libera dalle tensioni della mia vita professionale; 2)  il soggetto dell'opera è una galleria d’arte o un museo, ovvero un luogo dove trascorro spesso i momenti liberi, assecondando la mia passione; 3) la cornice, disegnata espressamente dall’artista, quasi a voler rafforzare la delimitazione degli spazi, la stessa delimitazione che viviamo oggi.
(Andrea Fustinoni e Fabio D'Amato)

Santiago Sierra, Una Persona, 2005, stampa lambda, paper mate, montata su forex, Courtesy Videoinsight® Collection

Francesco Gennari, Io sono quello che sono diventato, 2018, stampa a getto d'inchiostro su carta 100% cotone, Courtesy Collezione Fustinoni - D'Amato

I lavori di Gennari esprimono riservatezza e introspezione. In "Io sono quello che sono diventato" mi ritrovo a vivere gli stessi momenti, cogliendo l’opportunità di un’analisi interiore per capire dove e cosa potrò cambiare quando torneremo ad essere nuovamente liberi.
(Andrea Fustinoni e Fabio D'Amato)

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Cari amici, 

vi propongo un gioco. È basato su un neologismo, nattivitàNattività descrive una condizione anomala a metà tra l’attività e l’inattività. Dato il periodo avrete già capito dove voglio andare a parare. E in effetti la nattività è una condizione vicina a quella che viviamo in questi giorni. Triste e coatta, eppur, bisogna ammetterlo, prolifica forse perché più stretta alla vita e alla morte. 

In quarantena abbiamo fatto pensieri inaspettati. Abbiamo forse sognato di più. Ci siamo riparati nelle pagine di un cinico scrittore. Abbiamo stretto nuove complicità con le opere d’arte. Ci siamo infuriati e ci siamo interrogati sul futuro di tutto ciò che conosciamo. E su questa specialità della nattivissima quarantena che vi invito a far cadere le vostre attenzioni. Ci piacerebbe raccontarla con le energie che scaturiscono principalmente dalle opere delle vostre collezioni, ma non necessariamente. Se una frase, un’immagine, un film, un pensiero vi ha dato altrettanto li facciamo entrare. Se è disperata, terrorizzata, malinconica, intima, innovativa o cinica, va bene. Il nostro sarà il racconto singolare di un momento singolare, ci concederemo per questo motivo anche di uscire dal seminato. 

Buona nattività!

Breve appendice sulla nattività

Chi segue le vicende dell’arte avrà notato come la nattività (l’attività inattiva) assomigli molto alla quotidianità degli artisti. La prolungata inattività di Marcel Duchamp – uno degli artisti più importanti del XX secolo – molto dice sulle particolari modalità produttive dell’arte. Ed in effetti quella straordinaria storia ripresa pari pari da alcuni artisti a noi cronologicamente più vicini (Maurizio Cattelan tra i più noti, ma dovremmo eccome parlare di un gallerista come Seth Siegelaub) è il frutto delle libertà che nel corso dei secoli abbiamo eccezionalmente riconosciuto appartenere al fare artistico. Accettiamo che la produzione di un’opera d’arte possa essere il frutto di una lunga inattività, di un colpo di genio, di un pensiero divergente o di quasi-niente. E quindi ad esempio acquisiamo un’opera che sappiamo non aver richiesto particolare dispendio di risorse o energie (e spesso quando riusciamo ad entrare in stretto contatto con tali prove le ammiriamo come le migliori) e ce la godiamo condividendone la libertà di pensiero che ci regala. Ciò accade perché l’arte è un’attività dell’intelletto slegata da ogni fine (i filosofi parlano a proposito di “puro mezzo”), ovvero è una attività che ha come unico punto di partenza e d’arrivo l’opera. Banalizzando un po’ essere artisti significa trovarsi davanti a una tela bianca (un foglio, un progetto, una materia informe…) e pensare se e come riempirla. Non c’è nessuna filiera da rispettare e quindi nessun obbligo se non quelli idealmente assunti con i pensieri, le visioni, i rovelli, le paure, le passioni o le verità. Di fronte a questa eccezionalità la vita degli artisti è ordinariamente e straordinariamente nattiva.

Denis Isaia, aprile 2020